Daniel Pipes – politologo statunitense, fondatore del Middle East Forum e, durante la presidenza di George W. Bush, membro dello United States Institute of Peace – è tra le figure più autorevoli da ascoltare sull'evoluzione della guerra mediorientale.
![]() Il cowboy alla Casa Bianca, come immaginato dall'intelligenza artificiale. |
In cambio del loro intervento diretto, Donald Trump condividerebbe con gli alleati catena di comando delle operazioni e obiettivi da raggiungere nella guerra in Iran, dovesse essa riprendere?
«Trump considera la sua imprevedibilità un vantaggio tattico e, in una certa misura, lo è (anche se la porta all'estremo, danneggiando in definitiva gli interessi americani). Lo definirei un "cowboy alla Casa Bianca". Di conseguenza, nessuno può prevedere le mosse di Trump, forse nemmeno lui stesso. Rispondendo alla sua domanda: nulla nella sua mentalità e operato suggerisce che egli consideri gli alleati, con la lieve eccezione di Israele, degni del potere e del privilegio di influenzare le sue decisioni».
I danni subiti dai Paesi regionali a causa degli attacchi dell'Iran potrebbero spingerli a reagire militarmente alla Repubblica Islamica?
«Per quanto ne so, gli Emirati Arabi Uniti sono, finora, gli unici ad aver contemplato un'azione militare contro l'Iran, il che è comprensibile dato che hanno subìto di gran lunga il maggior numero di attacchi, circa il doppio addirittura rispetto a Israele. Tuttavia, se la Repubblica Islamica dell'Iran dovesse sopravvivere alla guerra, come al momento sembra probabile (pure in virtù del cessate il fuoco annunciato ndr), sarà perseguitata dall'aggressione che ha compiuto contro i Paesi vicini neutrali. Questo fattore la renderà molto più isolata rispetto al passato e – ironicamente – potrebbero essere i problemi economici e di sicurezza che affronterà a causarne il collasso».
Quanto costa al prestigio e all'influenza degli Stati Uniti l'incapacità di aver difeso i propri alleati dalle conseguenze degli attacchi iraniani?
«Molto. Il fatto che il governo statunitense abbia iniziato una guerra senza valutarne le conseguenze causerà danni duraturi per tutto il resto della presidenza di Donald Trump. Tuttavia, mi aspetto che i suoi fallimenti si rivelino un valido motivo per il suo successore non per emularlo, ma per compiere grandi sforzi – presumibilmente con successo – per rimediare ai problemi di politica estera che ha causato».
Qual è l'obiettivo di guerra del regime iraniano, pure in vista dei negoziati?
«Alla Repubblica Islamica basta sopravvivere all'offensiva israelo-americana per poter plausibilmente dichiarare vittoria».
Come provare a conseguirlo?
«Non avendo una potenza militare sufficiente per difendersi sul campo di battaglia, Teheran ha esteso la guerra in due modi, uno avventato e uno intelligente: attaccando i Paesi vicini e impedendo il passaggio della marina mercantile attraverso lo Stretto di Hormuz. La prima strategia ha alienato gratuitamente i governi di cui Teheran ha bisogno. La seconda le ha conferito un potere globale per il quale, a quanto pare, nessuno era preparato. (Persino gli oleodotti che trasportano l'energia dal Golfo Persico al Mar Rosso sono vulnerabili agli attacchi degli Houthi)».
Israele può diventare la potenza economica e militare dominante in Medio Oriente?
«No. Sebbene abbia una popolazione ridotta (10 milioni di abitanti) e soffra di numerosi problemi interni, Israele possiede risorse che dovrebbero renderlo l'invidia della maggior parte degli altri Paesi: un tasso di natalità molto elevato, un notevole settore high-tech e la forte volontà di vivere e prosperare. Ha subìto l'invasione di sei eserciti nemici il giorno della sua nascita nel 1948 e non ha mai goduto di un momento di pace nei successivi 78 anni. Stanco di questa situazione, sotto la guida di Benjamin Netanyahu cerca di ottenere un cambio di regime nello Stato che è il suo nemico più agguerrito: l'Iran. Dubito ci riuscirà. Anche se dovesse accadere, la Turchia guidata da un regime islamista continuerà a sfidarne il dominio regionale».


