Il trattamento dei palestinesi da parte dei Paesi arabi, con la parziale eccezione della Giordania, costituisce la silente ignominia del conflitto arabo-israeliano.
La maggior parte dei profughi fuggiti nel 1948-49 e la grande maggioranza di essi sono oggi morti; quelli che vengono chiamati "rifugiati palestinesi" non sono niente del genere, ma i figli, i nipoti e i pronipoti di rifugiati. Anno dopo anno, essi nascono nei "campi profughi" oppure vengono tenuti ai margini della società convenzionale (documento alcune delle limitazioni loro imposte in "Restrizioni ai palestinesi in Libano"), e questo per la presunta ragione di tenerli pronti a "tornare" in un'auspicata Palestina e tenerli a portata di mano, come un pugnale a mezz'aria pronto a colpire la stessa esistenza di Israele.
Questo bistrattamento, di fatto, è passato inosservato per decenni. Quante altre generazioni devono nascere prima che gli arabi si convincano della necessità di permettere a questa gente di vivere una normale esistenza nei luoghi in cui è nata?
In ordine cronologico inverso, questo pezzo del mio blog segue gli appelli lanciati per l'insediamento dei palestinesi.
 Il campo profughi Ein Beit el Ma a Nablus. |
Serie di quattro articoli di Al-Hayat. Daoud Al-Shiryan, un columnist del quotidiano
Al-Hayat, ha pubblicato degli articoli che, come spiegato da MEMRI (che ha tradotto questi pezzi) "criticano il trattamento riservato ai profughi palestinesi da parte dei Paesi arabi in cui essi vivono. Egli ha chiesto a tali Paesi di integrare i profughi nelle loro società e farli inserire prima che siano costretti a farlo dalla comunità internazionale".
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