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La necessità di chiamare i terroristi con il loro nome

di Daniel Pipes
New York Post
19 novembre 2002

Pezzo in lingua originale inglese: [The Need to Name and] Know Thy Terrorists

Avete notato come l'America ha affrontato le due guerre in maniera differente?

Nel caso dell'Iraq, il governo americano è attivo, chiaro ed esplicito. Ma per quanto riguarda l'Islam militante, i burocrati sono indolenti, vaghi e impacciati.

Prendiamo in esame la questione della sicurezza preventiva. Il New York Times ha di recente riportato che per porre fine al sabotaggio e al terrorismo iracheni, Washington tiene d'occhio migliaia di cittadini iracheni e di americani di origine irachena suscettibili di costituire un rischio per la sicurezza interna. Il governo intende altresì arrestare i simpatizzanti di Saddam Hussein sospettati di preparare operazioni terroristiche.

Nella guerra contro l'Islam militante non esiste alcun programma comparabile. (A mio parere l'Islam militante non è né Islam né terrorismo, ma un'interpretazione terroristica dell'Islam.) Per paura di essere accusate di ricorrere alla prassi del «profiling», le forze dell'ordine trattano con estrema circospezione i fautori di questa ideologia totalitaria. Pertanto, i dispositivi di sicurezza delle linee aeree assillano a caso i passeggeri invece di cercare i viaggiatori conosciuti per essere dei simpatizzanti dell'ayatollah Khomeini e di Osama bin Laden. I funzionari dell'Immigrazione focalizzano la loro attenzione su delle caratteristiche superficiali (la nazionalità, la fedina penale) e ignorano l'elemento essenziale (l'ideologia).

La Casa Bianca non penserebbe mai di invitare gli apologeti del regime iracheno a partecipare alle celebrazioni delle funzioni festive. Ma essa ha accettato di buon grado di invitare, ai primi di questo mese, parecchi simpatizzanti dell'Islam militante a una cena di Ramadan, in presenza del Presidente.

Oppure vagliamo questo altro aspetto: quando avete sentito per l'ultima volta un elogio del regime di Saddam, nel corso di un talk-show televisivo americano? Mai. Ma i media offrono regolarmente delle tribune ai promotori dell'Islam militante.

Se è facile parlare di "guerra all'Iraq", non lo è per quanto riguarda la "guerra all'Islam militante". Piuttosto, l'amministrazione Bush ha coniato l'eufemismo "guerra al terrorismo".

Per quale motivo essa si è mostrata sollecita ad attaccare frontalmente l'Iraq per poi essere riluttante nei confronti dell'Islam militante?

Perché l'Islam militante beneficia di due fattori: la correttezza politica e il lobbismo, che mancano a Saddam. L'Iraq è un Paese governato da un megalomane palesemente malvagio. L'Islam militante è un'ideologia fondata su una delle maggiori religioni. Saddam ha pochi fautori negli Stati Uniti e la visione islamista ha numerosi portavoce convincenti.

Sebbene chiunque conosca il nemico è motivato da qualcosa che ha a che fare con l'Islam, gli Stati Uniti e altri governi rifiutano di dirlo chiaro e forte. Piuttosto, essi non fanno altro che ripetere delle amabili asserzioni che dissociano la religione islamica dalla violenza.

Ecco cosa ha affermato a riguardo qualche giorno fa il presidente Bush: "l'Islam, quello praticato dalla grande maggioranza della gente, è una religione pacifica, una religione fondata sul rispetto altrui". Sì, va bene, ma questo esula totalmente dalle difficili questioni che la sua amministrazione si è trovata ad affrontare.

Non riconoscere l'Islam militante impedisce lo sforzo bellico in vari modi:

  • Comprendere i motivi del nemico. Nella cerchia degli ufficiali sussiste un vero e proprio tabù riguardo al ruolo svolto dall'Islam nell'ambito degli episodi di violenza; come diceva un alto funzionario del Dipartimento di Stato, questo argomento "va affrontato in punta di piedi". Di conseguenza, la violenza è trattata come se venisse da ogni parte, come se fosse opera (in base a quanto detto da Bush) di "un gruppo di killer a sangue freddo".

  • Definire gli obiettivi della guerra. Gli obiettivi stabiliti dal governo americano nella guerra sono vaghi a livello operativo – il segretario alla Difesa Donald Rumsfeld una volta li ha descritti come diretti a impedire ai terroristi "di essere pregiudizievoli al nostro modo di vita". Ma è solo con il chiamare per nome l'Islam militante come il nemico che noi possiamo distinguere l'obiettivo di sconfiggere ed emarginare questa ideologia (come era stato fatto con il fascismo e il comunismo nella Seconda guerra mondiale e nella Guerra Fredda).

  • Definire il nemico. Attualmente, viene esclusivamente indicato con i termini "terroristi", "malfattori", con l'espressione "un pericoloso gruppo di gente" e con altri nomignoli. Denominare l'Islam militante come il nemico, denota che il problema va oltre i terroristi per includere coloro che in modo non-violento promuovono l'agenda totalitaria, e tra costoro vi sono i suoi finanziatori, i predicatori, gli apologeti e i lobbisti.

  • Definire gli alleati. In genere, per alleati si intende coloro che danno una mano nella prevenzione del terrorismo. Dare un nome all'Islam militante chiarifica la dimensione ideologica e mette in evidenza il ruolo cruciale che svolgono i musulmani che rifiutano questa ideologia utopistica radicale. Loro sono in grado tanto di contribuire a dibattere contro di essa quanto poi di offrire un'alternativa a ciò.

È impossibile vincere una guerra contro un nemico senza identificarlo. Se il governo americano intende predominare nel conflitto attuale, deve cominciare a parlare di guerra contro l'Islam militante. Ciò permetterà in seguito ad altri – come i media, Hollywood e perfino gli accademici – di fare altrettanto. A quel punto, i tentativi di guerra daranno buoni risultati.

Argomenti correlati: Guerra al terrorismo, Iraq, Islam Militante, Politica estera statunitense

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