Daniel Pipes
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Israele, gli Usa e una nuova pace

di Daniel Pipes
Liberal
16 settembre 2009

Pezzo in lingua originale inglese: One Cheer for Obama's Foreign Policy

L'amministrazione statunitense, guidata dal democratico Barack Obama, ha stabilito in modo allarmante un ingenuo e pericoloso record sulle questioni arabo-israeliane, inducendomi a nutrire timori per degli spettacolari fallimenti della linea politica a venire. Ma va detto anche che Washington ha avviato una linea politica innovativa e positiva che merita grandi elogi.

Sorrisi diplomatici in ribasso non appena il sovrano saudita Abdullah «ha lanciato una bordata» a Barack Obama.

Alla fine di maggio il premier israeliano Binyamin Netanyahu ha chiesto di «includere i Paesi arabi nel circolo della pace», invece di lasciare che Israele facesse ancor più concessioni unilaterali ai palestinesi. L'inviato speciale Usa in Medio Oriente, George Mitchell, e il ministro della Difesa israeliano, Ehud Barak, hanno focalizzato la loro attenzione su questa richiesta e hanno elaborato dei piani volti a integrare i Paesi arabi nel processo diplomatico. Suscitando dagli interessati risposte diverse. A metà luglio la Clinton ha affermato che «i Paesi arabi hanno la responsabilità (…) di prendere delle misure per migliorare i rapporti con Israele e preparare la gente di questi Paesi ad abbracciare la pace e ad accettare il posto ricoperto da Israele nella regione». Un mese dopo Barack Obama si è detto fiducioso di «vedere non solo un cenno da parte israeliana, ma anche da parte dei palestinesi, riguardo a questioni di istigazione all'odio e di sicurezza, come pure da parte dei Paesi arabi che mostrano la loro disponibilità nei confronti di Israele». Secondo Laura Rozen, Obama «ha inviato delle lettere ad almeno sette Paesi arabi e del Golfo chiedendo delle misure atte a costruire la fiducia nei confronti dello Stato ebraico.» (Di questi Paesi fanno parte il Bahrein, l'Egitto, il Marocco, l'Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti.) In una di tali lettere, inviata il 7 luglio a Re Mohammed VI del Marocco, Obama ha espresso la sua speranza che i Paesi arabi prenderanno delle misure per porre fine «all'isolamento» di Israele in Medio Oriente e che «il Marocco avrà un ruolo da leader nel colmare i divari tra lo Stato ebraico e il mondo arabo.» Tra gli esempi di misure per costruire la fiducia: l'ipotesi che i Paesi arabi aprano delle loro sedi commerciali in Israele; che accordino il permesso agli aerei israeliani di attraversare il loro spazio aereo; che rilascino visti turistici ai cittadini israeliani; e incontri tra i funzionari arabi e i leader dello Stato ebraico.

Questo appello è stato accolto da parte araba in vario modo. Il lato positivo è che il principe ereditario del Bahrein, Salman bin Hamad al-Khalifa ha asserito che «è necessario che tutte le parti prendano dei provvedimenti sincroni e dettati dalla buona fede, se la pace deve avere un'opportunità» e il ministro degli Esteri giordano Nasser Judeh ha impegnato il suo governo «a creare la giusta atmosfera». Al contrario, Re Abdullah dell'Arabia Saudita non ha accolto l'appello di Obama per prendere delle misure atte a costruire la fiducia verso Israele nel corso di una visita presidenziale ai primi del giugno scorso. La Rozen riporta che il sovrano saudita «ha lanciato una bordata nel corso del lungo incontro con Obama svoltosi a Riad». È andata così male che «poi i funzionari sauditi si sono scusati con il presidente americano per il comportamento del sovrano». Così pure il ministro degli esteri egiziano Ahmed Aboul Gheit ha chiesto retoricamente: «La normalizzazione è possibile finché continuerà la costruzione degli insediamenti?» La risposta è no, di certo. Malgrado le reazioni negative, il coinvolgimento dei Paesi arabi che può offrire benefici a Israele dovrebbe contenere il male inflitto da "operatori di pace" diplomatici e che esercitano una filantropia ingenua e inefficiente. Quasi vent'anni fa in un articolo da me pubblicato sul Wall Street Journal nel giugno 1990, chiesi di includere i Paesi arabi nel processo di pace. Notai l'esistenza di una certa simmetria in cui «i palestinesi vogliono da Israele ciò che lo Stato ebraico vuole dai Paesi arabi: riconoscimento e legittimità. Pertanto, i palestinesi cercano concessioni da parte di Israele che, a sua volta, cerca di ottenere concessioni dai Paesi arabi». Nel pezzo asserii di accoppiare le parallele delusioni vale a dire che «Israele non riesce ad avere ciò che vuole dai Paesi arabi e i palestinesi non riescono ad ottenere ciò che vogliono dallo Stato ebraico».

Proposi dunque che il governo americano avrebbe dovuto «collegare le concessioni a Israele da parte dei Paesi arabi con le concessioni israeliane ai palestinesi». Ossia, quando i Paesi arabi danno a Israele qualcosa che esso vuole, allora – e solo allora – ci si dovrebbe aspettare che gli israeliani diano qualcosa in cambio ai palestinesi. Questo approccio bilanciato, come da me asserito, «pone il peso dell'iniziativa direttamente a carico dei Paesi arabi – dove dovrebbe essere». Dopo il lungo, sterile e controproducente giro di negoziati esclusivamente israelo-palestinesi, fa piacere assistere finalmente a un tentativo di portare i Paesi arabi nei negoziati. Continuo ad asserire che i palestinesi devono essere sconfitti prima che i colloqui di pace possano svolgersi in modo proficuo, ma il coinvolgimento dei Paesi arabi migliora gli equilibri e riduce il rischio di danni.

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