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I sauditi importano schiavi in America

di Daniel Pipes
New York Sun
16 giugno 2005

Pezzo in lingua originale inglese: Saudis Import Slaves to America

Homaidan Ali Al-Turki

Homaidan Ali Al-Turki, 36 anni, e sua moglie, Sarah Khonaizan, 35 anni, sembrano una coppia di immigranti modello. Arrivati negli Stati Uniti nel 2000, vivono insieme ai loro quattro bambini in un esclusivo sobborgo di Denver. Al-Turki segue un corso post-laurea in linguistica presso la University of Colorado e si sta perfezionando in inflessione araba e in metrica. Egli elargisce fondi alla Linguistic Society of America ed è amministratore delegato della Al-Basheer Publications and Translations, una libreria specializzata in titoli sull'Islam.

Ma la scorsa settimana l'FBI ha accusato la coppia di schiavizzare una donna indonesiana appena ventenne. Per quattro anni, recita l'incriminazione, i due hanno instaurato "un clima di paura e di intimidazione ricorrendo allo stupro e ad altri espedienti". La donna schiava cucinava, puliva, si occupava dei bambini senza retribuzione alcuna e con la paura che se non avesse obbedito "avrebbe subito dei gravi danni".

I due sauditi devono rispondere delle accuse di lavoro forzato, di abusi sessuali aggravati, di schiavitù e di dar asilo abusivo a una cittadina straniera. Se ritenuti colpevoli, marito e moglie trascorreranno il resto della loro vita in prigione. Il governo desidera altresì confiscare il conto bancario della Al-Basheer intestato alla coppia per saldare le passate retribuzioni della loro ex schiava che ammontano a 92.700 dollari.

È un episodio terribile, specie per uno che segue un corso di specializzazione post-laurea e per un proprietario di una libreria religiosa – ma non del tutto raro. Qui di seguito riporto altri esempi di schiavitù, tutti riguardanti reali sauditi o diplomatici che vivono negli Stati Uniti.

Esistono molti altri casi simili, ad esempio le peripezie ad Orlando ad opera delle principesse saudite Maha al-Sudairi e Buniah al-Saud. Joel Mowbray parla di dodici domestiche "trattenute e sottoposte ad abusi" all'interno delle abitazioni di dignitari e diplomatici sauditi.

Per quale motivo questo problema è così cruciale quando riguarda i ricchi sauditi? Mi vengono in mente quattro ragioni. Nonostante la schiavitù sia stata abolita nel regno nel 1962, in pratica essa è ancora fiorente. Si consideri che le autorità religiose saudite approvano la schiavitù; ad esempio, lo sceicco Saleh Al-Fawzan ha di recente insistito sul fatto che "la schiavitù fa parte dell'Islam" e ha definito "infedele" chiunque desideri la sua abolizione.

Il Dipartimento di Stato americano è a conoscenza della servitù forzata perpetrata all'interno delle abitazioni saudite e che esistono delle leggi per combattere questo flagello ma – come arguisce Mowbray – esso "si rifiuta di prendere adeguate misure per combatterla". E per finire, i sauditi sanno di poterla fare franca per quasi ogni comportamento scorretto. La loro ambasciata elargisce fondi, fornisce all'estero lettere di supporto, legali, immunità diplomatica retroattiva, ex ambasciatori americani come mediatori e perfino aerei; essa tiene altresì lontano fastidiosi testimoni.

Visto l'ambiguo atteggiamento tenuto dal governo americano nei confronti dei sauditi, la schiavitù a Denver, Miami, Washington, Houston, Boston e Orlando non sorprende affatto Il comportamento saudita migliorerà solo quando Washington rappresenterà in modo più efficace gli interessi americani.

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